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MAXXI PDF Stampa E-mail
MAXXI, il Museo di Architettura è un’istituzione internazionale aperta e dinamica che utilizza gli strumenti più avanzati per diffondere la conoscenza dell’architettura e testimoniarne il ruolo nella società.

Le attività del Museo si sviluppano secondo due linee programmatiche, distinte ma complementari, volte a presentare al pubblico e agli addetti ai lavori l’architettura moderna e contemporanea. La prima, di carattere storico-critico, è riservata all’architettura del XX secolo, proposta attraverso grandi mostre retrospettive dedicate a prestigiosi autori o a specifici temi della cultura architettonica del Novecento, avviando studi e riflessioni per conoscerne e riscoprirne il valore. La seconda, di natura più innovativa e sperimentale, è interamente dedicata al dibattito corrente e ai temi emergenti della contemporaneità, riservando una particolare attenzione ai giovani progettisti e al panorama internazionale, per stimolare pubblico e addetti ai lavori a confrontarsi con le idee e gli spazi del futuro.
Un contenitore senza fine, dove tutto si fa traiettoria e continuo movimento, andata e ritorno dallo stesso allo stesso. In questo ambiente liquido e ondulato, senza angoli né volumetrie pure, le manifestazioni d'arte scelte per la sua apertura si muovono con difficoltà. Abituate al cubo o quanto meno a uno spazio chiuso e contenuto, sculture, dipinti e installazioni dispiegano la loro bulimia a muoversi e a rapportarsi con la nuova liquidità territoriale del comunicare architettonico.

Affidate attraverso la mano dei curatori ad un nuovo continente senza confini tradizionali vagano e perdono ogni ancoraggio. Sono fantasmi dispersi e sconcertati che si scontrano e si sovrappongono senza una logica, perché nel mondo della rete aperta e dei flussi dinamici non sussiste né storia né tema. Così il tentativo di isolare gruppi di lavori d'arte, raccogliendoli sotto titoli, come "Natura Artificiale" o "Mappe del reale", in una collezione già debole per la sua fragilità qualitativa e selettiva, risulta astratto e inutile. Rende superficiali certi insiemi, dove si raccolgono tipologie comuni, come l'igloo di Mario Merz e le tende dello Studio Orta, oppure scardina l'impatto mitico di certi interventi, quando abbassa le intensità di Joseph Beuys, Pino Pascali e Anselm Kiefer o ancora mescola grevemente i sottili universi visuali di Giulio Paolini e di Vedovamazzei. Di fatto questa riduzione di prestazione artistica è il risultato di una contraddizione.


Contrappone la fluidità architettonica ad una pratica statica e passiva, decisamente storica: quella del museo, dove conta l'accumulo, cronologico e linguistico, non la comunicazione. Una schizofrenia tra il compito di collezionare il passato e di proiettarsi nel futuro che produce un procedere ibrido su cui riflettere al fine di non "rovinare" la funzione dell'istituzione. L'arte riesce a difendersi e a non essere in transito quando dialoga con la dissolvenza labirintica dell'architettura ed entra nel flusso del XXI secolo, sia perché costruisce ad hoc un oggetto "relativo" al grande atrio (Maurizio Mochetti) o all'andamento curvilineo delle vetrate e delle pareti (Tobias Rehberger, Lawrence Weiner e Giovanni Anselmo). Cerca un'unità di dialogo e non si lascia spaventare, ponendosi come interfaccia capace di congelare e di bloccare un momento dell'andamento ondulatorio dei vuoti e pieni murari. È il medesimo intento dichiarato dall'imponente opera di Anish Kapoor, però penalizzata dal parallelismo formale con la scala dell'edificio, che ne cannibalizza l'effetto straordinario. Oppure la ricerca sopravvive quando non si confronta con la dismisura dell'architettura e produce il suo bozzolo o il suo abitat, che ripropone una spazialità novecentesca, dove l'allestimento si rinchiude nel classico e confortevole cubo o cilindro bianco. Qui l'arte produce il suo contenitore e si isola. Interrompe l'andamento dei flussi, senza soglia e senza punto di fuga, e si costruisce le sue mura di difesa, con risultati unitari che hanno radici nel XX secolo: sono le opere spettacolari ed intense di Giuseppe Penone, Gilbert & George, Francesco Vezzoli, Elya e Emilia Kabakov, Grazia Toderi, Janet Cardiff, Lara Favaretto e Alfredo Jaar. L'intento è di conservarsi resistendo alla destrutturazione fluidificante e questo si ottiene, anche con un ragguardevole risultato, quando è il linguaggio stesso dell'architettura - l'altra componente operativa del MAXXI - a confrontarsi con il suo "spazio critico".

il Museo programma una serie di attività scientifiche e divulgative da conoscere presso il seguente sito:http://www.fondazionemaxxi.it/mostre_corso.aspx